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MALATI DI INSODDISFAZIONE


La Felicità? E' sempre un passo più avanti...
E' il motto degli scontenti cronici, quelli a cui non basta mai ciò che hanno e desiderano sempre qualcosa che non possono avere.
Si riconoscono dalla prima occhiata: sguardo annoiato, espressione sarcastica, risata amara che sottintende che tanto, peggio di così......
Oppure, al contrario, non si fermano mai. Sul lavoro, in amore, negli studi cambiano continuamente, si lanciano in sfide sempre nuove salvo poi abbandonarle una volta raggiunto l'obbiettivo.
Ebbene, dietro l'espressione apatica e annoiata di un impiegato o dietro l'irrequietezza di un dongiovanni può nascondersi lo stesso male: l'insoddisfazione, una sorta d'incapacità di trarre piacere da ciò che già si ha, anche se quello che si possiede è, obbiettivamente, abbastanza. Ad accomunare queste figure tanto diverse ci sono in genere altri due vezzi: il gusto per il lamento e la convinzione che, in fondo, la colpa è sempre di qualcun altro.
Quante persone così conoscete? Una, cinque, dieci. Di più ancora? Non c'è da stupirsi. L'insoddisfazione è una malattia contagiosa, diffusa,estremamente moderna.

La nuova sindrome dei nostri giorni
In burocratese si potrebbe definire un male della "società del benessere". Quante volte abbiamo sentito qualche anziano raccontare che ai 'suoi tempi' quando dovevi mettere insieme il pranzo con la cena, noia e insoddisfazione non sapevamo neanche cosa fossero"? In effetti, anche noi, quando siamo presi da problemi urgenti, immediati, accantoniamo le recriminazioni per un agire più concreto e costruttivo.
In passato i limiti per sentirsi insoddisfatti erano più raggiungibili e fino a pochi anni fa, il panettone a Natale era già una gratifica interessante.
I bambini disponevano di pochi giochi, ma con la fantasia sopperivano alla mancanza di "cose", inoltre, meno oberati di impegni, avevano a disposizione anche il tempo per annoiarsi, una noia creativa, stimolante, di crescita. 
Già, ma che cosa è cambiato da allora? Sono cambiati i modelli! Viviamo in una società molto competitiva, che idealizza immagini di vita irraggiungibili. Basti pensare ai clichè imposti dalla pubblicità, dove tutto è giovane, perfetto, vincente. In una situazione del genere, o sei presidente della Fiat oppure ci sarà sempre qualcuno più in alto di te. 

Scontenti e lamentosi
L'insoddisfazione di chi vuole possedere più di quello che ha è un fenomeno molto italiano: viene da generazioni di miseria. In questo caso si misura in termini di aspettative. Più coltiviamo speranze inesaudite, più aumenta. Come curarla? Con una nuova condizione culturale. Quando il benessere sarà consolidato e si avranno tre televisori e cinque auto, si cercheranno di nuovo gli affetti. Ma questo sollecito di "mai contenti" sta davvero così male come lascerebbe supporre? Fra lamentarsi e stare veramente male c'è differenza. E' anche una questione culturale e di costume. In Meridione, per esempio, ci si lamenta di più rispetto al Nord. Eppure i suicidi, spia di un profondo, drammatico disagio, nelle regioni settentrionali sono molto più numerosi. Volendo andare oltre con le classificazioni, scopriamo che soffrono di scontentezza soprattutto gli uomini, per loro natura competitivi e meno propensi a trarre piacere da altre cose che non siano il lavoro, mentre l'età a rischio è quella cosiddetta "produttiva", fra i 20 e i 40, forse 50 anni. Poi, soddisfatti o meno, i giochi sono fatti: per il mondo del lavoro non si è più interessanti. Nei giovani l'insoddisfazione deriva dalla nebulosità dei loro progetti: tendono a vedersi come sono, con in più la speranza di quello che vorrebbero essere, hanno aspettative. I 40 - 50 enni invece, si accorgono che devono prendersi per quello che sono, e sanno che non è più possibile correggere il presente con il futuro. Nella visione del mondo il giovane ha una dose di onnipotenza, il cinquantenne ha un obbiettivo più solitario. Insomma, c'è un tempo per fare il guerriero e uno per fare il monaco. E capirlo fa vivere più soddisfatti! 

L'identikit dello scontento
L'insoddisfatto può avere il piglio aggressivo di chi inveisce e sbraita, convinto che il mondo sia cattivo. Non si prende la responsabilità di quanto gli accade: colpevoli delle sue disavventure sono sempre gli altri. Ha una rabbia dentro che ne rende sgradevole la compagnia. Oppure è una persona passiva, annoiata, succube delle situazioni. Il pericolo in questo caso, è che l'insoddisfazione sconfini nella depressione. Ma nella categoria degli eterni scontenti fanno parte anche gli invidiosi: chi calunnia e parla male degli altri è quasi sempre un perdente che si prende così la rivincita sul successo altrui. L'insoddisfazione ha un valore positivo solo quando diventa la spinta necessaria a cambiare per fare ciò che si sente di desiderare veramente.

Riempire il vuoto
L'insoddisfazione è quella situazione per cui nulla ci riempie a sufficienza, nulla ci appaga veramente perchè cerchiamo all'esterno la fonte della nostra felicità. Invece, per vivere pienamente, si dovrebbe riacquistare la capacità di farsi compagnia, di volersi bene, di amarsi. Non sono casuali i grossi boom della new age, il tormentone del pensiero positivo, la moda della meditazione: tutti tentativi di riscoprire il proprio mondo interiore. Ma è possibile riuscirci anche facendo piccoli passi. La persona che, sul lavoro, cerca sempre di essere all'altezza della situazione può imparare a mettere le distanze concedendosi, di volta in volta, piccole trasgressioni: come interrompere la riunione per sorseggiare una bibita, uscire dall'ufficio mezz'ora prima. Una regola che vale per tutte le forme di soddisfazione: solo scavando e ascoltando il bambino che c'è in noi possiamo uscire dalla spirale che ci rende schiavi!


Gloria

 

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