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FORTUNA E
SUPERSTIZIONE
Il concetto di Fortuna é sempre stato legato a varie superstizioni le quali sono fondamentalmente legate all'intento di attirare la fortuna e a quello di tenere lontano le disgrazie.
Secondo la tradizione é necessario avere con sè l'amuleto giusto, fare o non fare determinate cose, oppure individuare ed interpretare i presagi. Per quanto riguarda la prima categoria relativa agli amuleti o talismani ce ne sono di diversi; a titolo di esempio se ne citano i più comuni:
- Il corno da accostarsi originariamente al simbolismo di abbondanza della cornucopia, attributo di fortuna.
- Il quadrifoglio, proprio perché collegato al simbolismo del quaternario, potrebbe rappresentare la realizzazione di un nostro progetto.
- La coccinella, definita in francese come la bestia del buon Dio, in inglese l'uccellino di Nostra Signora, in tedesco il coleottero di Maria, ha evidentemente una connotazione divina positiva.
- Il ferro di cavallo, associato probabilmente, nella forma, alle corna.
Nella categoria del fare o non fare si possono citare, mangiare lenticchie a Capodanno, salire e scendere sempre dallo stesso lato del letto, non passare sotto una scala, fermarsi se un gatto nero attraversa la strada.
Va considerato nella categoria dei presagi: vedere l'arcobaleno o una stella cadente, quando ciò capita bisogna esprimere tre volte un desiderio affinché esso si avveri; camminare sotto la pioggia; esprimere un desiderio nell'attraversare un ponte, senza però rivelarlo.
Relativamente alla Fortuna molto si é dibattuto in tempi passati e molto si dibatte tutt'oggi in tempi moderni. Secondo il poeta greco Cheremone l'agire degli uomini é dovuto alla fortuna e non a sagge decisioni. Tale tesi fu avversata da Plutarco e da Sallustio secondo i quali ciascuno é artefice del proprio destino e della propria fortuna. Sulla stessa lunghezza d'onda di Cheremone appare sintonizzato Wolfgang Goethe secondo cui «sulla vita dell'uomo domina una sorte instabile».
L'antitesi fortuna-agire umano appare dunque inconciliabile, perché se é vero che il risultato dell'agire umano non può basarsi su una sorte instabile, è altrettanto vero che il risultato dei nostri sforzi spesso é molto lontano da quello progettato.
Nell'antinomìa in questione potrebbe introdursi un terzo elemento che potrebbe contribuire a conciliare il dissidio. Intendiamo qui riferirci alla Provvidenza, cioè a quel piano divino secondo il quale lo svolgersi degli eventi é regolato da una legge universale.
Provvidenza, Agire umano e Fortuna, ovvero Provvidenza, Volontà e Destino, rappresentano secondo il famoso esoterista francese René Guénon «le tre potenze che reggono l'Universo. L'uomo non é né un animale, né una pura intelligenza: é un essere intermedio posto tra la materia e lo spirito, fra il Cielo e la Terra, il Destino e la Provvidenza, per esserne il legame.
Secondo un'altro studioso ed esoterista francese Fabre d'Olivet, il Destino é la parte inferiore ed istintiva della Natura universale; la sua azione si chiama fatalità; La forma nella quale si manifesta a noi, necessità. La Provvidenza é invece la parte superiore ed intelligente della Natura universale; é una legge vivente emanata dalla Divinità, per la quale tutte le cose si determinano in potenza d'essere: E' la volontà dell'uomo a riunire in questa potenza mediana, il Destino alla Provvidenza. E' la volontà umana che unendosi alla Provvidenza può fare da contrappeso al Destino e riuscire a neutralizzarlo.
Nella mitologia greca il destino umano é determinato dalle Moire, le quali distribuiscono agli uomini, sin dal momento della nascita, la buona e la cattiva sorte che la vita riserva loro. Sono tre: Cloto, Lachesi e Atropo. La prima dispensa la vita,; la seconda sorte e quindi assegna a ciascuno il proprio destino; la terza taglia senza pietà il filo della vita. Ma la Fortuna in Grecia é impersonata da Tjche: figlia di Oceano e di Teti, che non é espressione di un potere cieco e casuale, ma piuttosto associata al governo universale di Zeus. La sua connotazione di buona Fortuna, sempre positiva, faceva si che ne venissero spesso invocati i favori, divenendo in alcuni casi addirittura protettrice e rappresentante di singole città greche, come Antiochia e Alessandria. Il termine Tjche sembra derivi da una radice indoeuropea «deugh» il cui significato originario é «mungere, elargire, donare». Alle Moire greche corrispondono a Roma le Parche, corradicale dell'aggettivo parcus «parco», aveva probabilmente il significato primitivo di «coloro che trattengono (il filo della vita)». Le tre Parche sono Nona Decima e Morta, corrispondenti alle tre diverse fasi della vita dell'uomo, la nascita, il matrimonio e la morte. Esse vengono descritte da Catullo come tre vecchiette che filano e predicono il futuro, esse furono a lungo andare assimilate alle Moire greche e comunque non ebbero mai un vero e proprio culto. Diverso é il discorso per ciò che concerne la dea Fortuna che godette di una grande venerazione, in considerazione del fatto che alle sue diverse personificazioni furono dedicati numerosi templi. Questa dea era particolarmente amata anche dagli imperatori romani, i suoi festeggiamenti si svolgevano generalmente a giugno e ad essi potevano prender parte finanche gli schiavi. Il termine latino fortuna si ricollega ad un'altra parola latina, fors corradicale del verbo fero «porto» col significato perciò di «atto di portare (il destino, la sorte)». La fortuna veniva rappresentata come una donna con la benda sugli occhi a significare la cecità della sorte, la cornucopia, quale simboleggiare l'abbondanza ed il timone cioè la capacità del controllo del destino. Ma perché proprio un essere femminile? Nel simbolo della cornucopia e facile scorgere un parallelo con la Magna Mater , la grande madre terra.
Gloria
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